Un imprevisto è la sola speranza. Pan Otto Novak.

Questo sabato mattina ero in ospedale a fare la caritativa. La caritativa è un gesto proposto dalla parrocchia e comunità cattolica di Comunione e Liberazione a cui appartengo qui a Praga. Ogni sabato mattina alcuni di noi vanno in un ospedale cittadino a fare un servizio di volontariato. Il turno è di una volta al mese, per circa due ore. Non molto quindi, ma il senso è un’educazione alla gratuità, a una scelta sull’uso del proprio tempo, alla familiarità con le situazioni di bisogno, all’apertura a tutte le espressioni dell’umano.

Concretamente, quello che facciamo è dare una mano alle infermiere di un reparto lungodegenti per persone anziane. I servizi tipicamente includono aiutare i pazienti a lavarsi, fare i letti, aiutare le infermiere a medicare, portare a spasso i pazienti, ma anche semplicemente passare del tempo con loro, parlare.

Oggi c’eravamo solo io, Jana (una ragazza ceca che è responsabile del gesto) e Padre Stefano, uno dei sacerdoti italiani del movimento di CL che operano come missionari qui in Repubblica Ceca. Io e Stefano eravamo addetti a spalmare vasellina sugli arti dei pazienti di due camere. Il beneficio di tale vasellina mi è oscuro, ma ai pazienti come minimo non dispiace. Riguardo a quantità e metodi di applicazione: improvvisazione.

Stefano vive qui da 10 anni e parla il ceco molto bene. Presa confidenza con l’ingestibile attrito fra guanti di lattice, vasellina e pelle degli anziani, preso il ritmo fra chi spalma e chi tiene su la gamba, cominciamo a rilassarci un po’, e Stefano guida le conversazioni con i pazienti. Io faccio fatica a parlare e spalmare allo stesso tempo in italiano. Figurarsi parlare e spalmare in ceco.

Arriviamo al letto 3, camera 1. C’è un signore anziano di più di ottant’anni. Con gli arti bloccati in una posizione contorta, ma un aspetto sereno, come in attesa. Eseguiamo il nostro dovere, facilitati dalla sua docilità. Parlando a tratti, cogliamo che in passato è stato un organista. Un organista alla cattedrale di San Vito a Praga. Emerge anche qualche altro dettaglio, un periodo di studi a Roma, una vicinanza al Vaticano. Questo è quello che capisco io. Le sue parole escono assieme a un soffio molto forte che pare provenire da un’apertura nel collo. E’ difficilissimo capire per me. Ma più per il mio povero ceco che per quel soffio.

In questo ospedale, di personaggi particolari ne ho già, e ne abbiamo già, incontrati molti. Nascosti sotto il grigiore della cenere della vecchiaia e della malattia, spesso crepitano braci ardenti di vite interessanti, appassionate, misteriose, che vogliono bruciare ancora. Nell’uniformità delle vestaglie sono avvolti corpi e menti specialissimi. Professori della Karlova Univerzita, architetti di teatri, insegnanti di lingue, dall’inglese o dal francese ottimo. Ma anche persone la cui specialità non consiste necessariamente nei titoli.

Salutiamo allora il nostro ultimo paziente e andiamo a lavarci le mani. Improvvisamente un cortocircuito mentale mi ferma. Organista, ottant’anni, cattedrale di San Vito… vuoi vedere che è lui, Otto Novak?

La prima volta che ero andato a Messa in Cattedrale a Praga, ero rimasto folgorato dalla bellezza inconsueta del Gloria ceco. Suonato e cantato. Quello standard. Slava na vysostech Bohu. I cechi sono un popolo di grandi compositori e musicisti. Nei canti liturgici questo si sente. Motivi originali, armonie che ti attraggono. Quella musica mi era  rimasta nelle orecchie e volevo risentirla. Ho trovato su youtube quel poco materiale che c’è al riguardo. Ma alcuni pezzi che mi piacevano li ho trovati. Erano eseguiti da Otto Novak. Ho scoperto così che è un celebre organista emerito della cattedrale, una leggenda della musica sacra ceca. Ho ascoltato spesso le sue registrazioni, con le sue virtuose improvvisazioni.


Siamo tornati in camera e abbiamo preso in mano la cartella clinica. Otto Novak. Con tutto il mio entusiasmo e sorpresa, gli ho detto che lo conoscevo, che lui era molto famoso, e che mi piacevano molto le sue improvvisazioni. Gli ho detto che lo avevo ascoltato su internet. Una di quelle conversazioni in cui non sei sicuro se il tuo interlocutore sa cos’è internet. Era contento di essere riconosciuto, ma neanche troppo. Abbiamo iniziato a parlare. Poi per fortuna è tornato Stefano a dare una mano. Abbiamo scoperto che aveva iniziato a studiare teologia per diventare prete, ma poi quando è arrivato il comunismo è stato costretto a smettere, ed è diventato soldato. Dopo due anni, grazie a degli esami già dati, è riuscito a farsi mandare indietro al conservatorio di musica, che aveva già iniziato. E da lì è partita la sua lunghissima carriera.

Stefano gli ha detto: “Speriamo che possa presto venire a suonare in chiesa da noi”. Pan Novak ha risposto, con una serenità piena di sobria presenza e senso della realtà: “Se Dio vorrà”. Una risposta che mi ha colpito vista la condizione delle sue mani e delle sue gambe, evidentemente contorte. E per quel soffio d’aria che usciva dalla gola: pareva che la vita lo avesse quasi trasformato in una di quelle canne d’organo che ha fatto soffiare per decenni. Mi ha colpito che questo uomo per cui la musica, l’organo, sono stati una dimensione così centrale della sua vita, che si trova ora in una condizione in cui molto probabilmente non suonerà più, non ha tuttavia esaurito il senso della sua vita, o il suo desiderio di vivere, o la sua apertura a quello che potrà ancora succedere.

Mi ricordo per contrasto un’affermazione di un compagno della squadra universitaria di pallavolo di Manchester, che era molto appassionato di pallavolo. Mi disse: “Se dovessi avere un infortunio e non poter più giocare a pallavolo, non so cosa farei, la mia vita non avrebbe più senso.” Mi aveva preoccupato enormemente. Dobbiamo riporre le nostre certezze in luogo ben più sicuro. Per Pan Otto Novak la musica era tutto, eppure non era proprio tutto.

Un’altra cosa che mi ha colpito è che l’esperienza di oggi è andata a massa con una frase di una poesia di Montale: “Un imprevisto è la sola speranza”. Per diversi motivi che ora non posso esplorare, questa frase mi aveva colpito per la provocazione che contiene. L’avevo rifiutata come esistenzialmente debole, ingiustificabile. Mi chiedevo quanto dobbiamo affidarci alle circostanze impreviste della vita, come guida per la nostra crescita ed educazione, e quanto invece dobbiamo diventare fautori, creatori attivi di circostanze nuove. Quanto cioè la nostra speranza si debba basare su quello che facciamo noi, non su quello che ci accade in qualche modo di per sé.

In questi giorni mi chiedevo anche come fare ad essere grande. Come rendere grande la mia vita. Di fronte alle enormi ingiustizie che vedo nel mondo, e che mi avevano provocato in particolare in questi giorni attraverso delle letture, mi era sorta un’energia enorme di correggerle queste ingiustizie. Sentivo quasi l’energia di fondare un partito politico. Volevo arrivare alla grandezza aggredendola direttamente. Per grandezza intendo pienezza, senso di un’esistenza spesa bene, per il bene. Non successo e riconoscimento. Mi chiedevo che nesso ci fosse fra la grandezza agognata e le circostanze di questi miei giorni che sembrano essere dispersi nel dettaglio della quotidianità che non ha impatto sul reale.

L’incontro con Pan Otto Novak mi ha dato una prospettiva. Mi ha ricordato che la via per la grandezza consiste, o per lo meno si imposta, nell’adesione alla piccolezza delle immediate circostanze particolari che ci si sottopongono. Nel frammento particolare c’è già il seme della pienezza del tutto. Ed è quello il luogo in cui può essere più efficacemente raccolto.

Il terzo letto della prima camera di quel reparto dell’ospedale Pod Petrinem di Praga è un frammento particolare. Ma in quel letto oggi c’era il maestro Otto Novak. E io gli massaggiavo le gambe. Se non è un imprevisto questo, cosa lo è? Fino a un minuto prima era incalcolabile. Quello che conta qui non è tanto la grandezza di Otto Novak, che può essere relativa, ne tanto il significato che lui abbia per me come musicista. Sì, ho passione per la grande musica d’organo, ma non è questo il punto. Il punto è arrivare al giudizio che in un imprevisto, cioè una realtà non calcolata da noi, si può nascondere una speranza. Una speranza di maggiore comprensione della vita almeno. Nel frammento particolare di quel letto di ospedale c’era una novità imprevista che mi attendeva per sorprendermi. Per suggerirmi che nell’abbraccio umile – ma luminosamente fiducioso – della circostanza particolare ci può essere il nesso per qualcosa di più grande. Un nesso che avrei probabilmente mancato se fossi rimasto a casa a pensare al partito politico da farsi, invece che andare in ospedale. Tentazione molto realistica e forte. Alzarsi presto il sabato mattina a Praga per andare in ospedale non è la cosa che faccio più spontaneamente. Ma come dice il nostro amico Don Andrea, piuttosto che far meglio, è meglio fare.

Il tutto nel frammento. Questo è Gesù Cristo però. E’ il teologo von Balthasar che parla di Lui così. Anche Gesù Cristo è un frammento imprevisto che apre una nuova speranza. Imprevisto, per quanto attesissimo. Il Messia disperatamente atteso. Tanto atteso che si attendeva un’immagine di Lui talmente elaborata e fissata, che quando è arrivato è stato impossibile riconoscerlo per molti. Perché è arrivato sotto altra forma, non quella prevista. Non era un nuovo re riformatore, ma era il figlio di un falegname. Se si ha già deciso in partenza come deve andare la realtà, a volte diventa impossibile lasciarsi colpire anche dai fatti più eclatanti.

Ma Cristo è anche frammento, perché è incarnato nei confini biologici di un uomo. Ed e’ tutto, perché è Dio. Aderire a quel frammento particolare che ha dentro sé il tutto è la strada che Lui propone per dare sostanza alla speranza e pretesa di pienezza, senso, grandezza per la nostra vita.

La questione se la grandezza della propria vita si debba perseguire solo per adesione alle circostanze particolari o anche osando un salto più in alto, rimane drammatica e aperta.
L’esperienza di oggi intanto conferma che l’adesione alle circostanze particolari di sicuro non mi è stata di ostacolo.

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