Scienza e Fede – un classico confronto

God-and-scientist

Come già detto, uno degli intenti di questo blog è anche di “salvare” qualche scambio interessante che accade sui social network e che andrebbe facilmente perso nella massa di materiale che vi si accumula ogni giorno, seppellendo nell’invisibilità il materiale precedente.

In questo caso recupero un dialogo fra me e un amico sul tema del rapporto fra scienza e fede, laicità e religione, e temi connessi. L’amico in questione è un mio caro e vecchio amico, Michele Federico (Il Mich). Per consentire una miglior valutazione del testo dico che il Mich è un bravissimo sociologo teoretico, con formazione ed esperienza non solo in ricerca sociologica, ma anche in filosofia, sociologia, e divulgazione della scienza, nonché un abile programmatore informatico, documentarista, video artista e fotografo.

Lo scambio è avvenuto su FaceBook, con uno stile “botta e risposta”, da entrambe le parti senza la possibilità di scrivere un testo rigoroso.

Il confronto è originato da un post del Mich che dichiarava apprezzamento per un gesto di Piergiorgio Odifreddi, di cui io non ero a conoscenza.

Mich […] Oggi lo stimo [Piergiorgio Odifreddi] per aver mollato La Repubblica, con una coerenza logica ed esistenziale che pochissimi hanno.

Simone Ciao caro Mich! Mi piacerebbe entrare con te a fondo sulla questione delle ragioni per il tuo apprezzamento per Odifreddi. Non conosco la vicenda in questione (lasciare La Repubblica) – puoi passarci per favore un articolo per informarsi? Coerenza logica ed esistenziale sono molto apprezzabili, ma in sé non hanno un valore intrinseco, dipende per quale causa sono spesi.

Premetto che di Odifreddi ho solo sentito qualche intervento reperibile su internet, non mi sono confrontato seriamente con un suo scritto. Mi pare una persona intelligente e stimolante, con le cui tesi sia importate confrontarsi. Ma che conduce una battaglia che ultimamente riduce, non valorizza, la ragione umana. E’ un paladino della ragione positivista. Per quanto potente, la ragione positivista può fare solo quanto le compete all’interno del suo campo d’azione, cioè il campo dell’empiricamente misurabile e teoricamente trattabile con i modelli disponibili. E’ una ragione (pur nella sua potenza e valore) per definizione ridotta, e che riduce. Nel senso che dà valore di verità solo a quello che correntemente è misurabile e comprensibile secondo il paradigma scientifico. Questo va bene, il problema è quando le facciamo dire cose che vanno al di là della sua competenza. Se Dio non è misurabile da uno strumento, noi, conoscendo i limiti d’azione della ragione positivista, non possiamo concludere ‘Dio non esiste’, ma solo ‘da dentro il paradigma positivista, questa cosa che fuori chiamano Dio, non riusciamo a trattarla’. Il positivismo implica di certo l’agnosticismo, ma coerentemente non si può arrivare all’ateismo. Nella vita si può arrivare a certezze e verità per vie che non sono solo quelle positiviste. La vita è piena di questi esempi. Per esempio la certezza che deriva da una testimonianza fatta da un testimone credibile (un tuo amico che di dice di non andare per quella strada perché è caduta una frana), arrivi alla conoscenza certa di qualcosa, anche se l’oggetto di questa conoscenza non è raggiungibile dal modello positivista (gli credi nel momento in cui te lo dice, non puoi misurarlo). Altri esempi riguardano il tipo di certezza riguardo a decisioni che prendi nella vita, giudizi espressi su situazioni che vivi, giudizi sul comportamento morale, giudizi sulle relazioni interpersonali. In tutte queste dimensioni è possibile arrivare a certezze, pur non essendo certezze matematiche o scientifiche. Sarebbe impossibile vivere senza il dominio delle certezze morali, cioè quelle che riguardano l’umano comportamento. Se sono certezze di natura diversa da quelle scientifiche o matematiche, certo, ma sono tuttavia certezze. Il positivismo ha eroso il salutare credito che l’uomo-intero ha sempre dato al dominio delle certezze morali, ridicolizzandole addirittura, come nel caso di Odifreddi, nel momento in cui diventano il legittimo veicolo per entrare nel dominio delle certezze religiose.

Riguardo la questione religiosa, la ragione umana genera domande che riguardano il senso della vita, della morte, la pienezza e il compimento personale, la felicità. Queste domande, a cui la religione e non la scienza è deputata a rispondere, sono domande più che legittime della ragione umana. Riguardano il livello più profondo dell’esistenza, cioè quello che riguarda il senso. Se la nostra ragione ha la capicità di chiedersi cose a questo livello, se ha questa tensione, questo è un dato molto significativo, da non censurare. Non ti sembra ragionevole che la ragione umana accetti la sfida e rimanga aperta a ipotesi di soluzione di queste domande? Non sarebbe una tale ragione più umana, più adeguata? La ragione positivista per definizione non opera a questo livello, e quindi è una riduzione di quello che la ragione umana può fare.

Magari continuin il discors a Nadaal dai!… Ah!, a proposit di Nadaal! [questo è un riferimento a un precedente post del Mich che metteva in evidenza un articolo dove si spiega che nel suo ultimo libro Papa Benedetto XVI comunica che c’è stato un errore nel medioevo circa il calcolo dell’esatta data di nascita di Gesù, e ci sono inesattezze nella tradizione circa le circostanze della nascita – il post ironizzava che a questo punto si può mettere anche la Barbie nel presepio perché il Natale è solo una festa pagana] Che Gesù non sia nato il 25 Dicembre dell’anno 0 è cosa che naturalmente si sapeva da molto prima della recente sottolineatura del Papa nel nuovo libro. La tradizione cristiana ha scelto di far coincidere la festa del Natale con una precedente festa pagana, per indicarne il superamento: con Cristo entriamo in rapporto personale con Dio in un modo che non ha precedenti e possiamo lasciare indietro dei e idoli. Quindi possiamo certo mettere la Barbie nel presepio (con tutte le sue altre in accuratezze storiche!) ma questo non smuove la salda storicità di Gesù Cristo.

Mich Odifreddi ha lasciato il blog de La Repubblica perché gli han censurato un articolo scomodo http://goo.gl/8yn2I e son pochi che hanno il coraggio di farlo.
Per tutte le altre cose: personalmente trovo insensato dichiarare in modo assiomatico (fideistico?) che solo la religione è deputata a rispondere sui temi del senso della vita e sulla morale. Il mio punto di vista rispecchia (con alcune varianti) quello di Sam Harris in “The Moral Landscape” http://www.samharris.org/the-moral-landscape
Sono invece d’accordo sui limiti intrinseci del pensiero (neo)positivista e del metodo riduzionista, infatti dal punto di vista teorico mi trovo d’accordo con Niklas Luhmann e il costruzionismo operativo: il nostro punto di vista sul mondo è contingente e dipende dal contesto in cui è prodotto. Vuol dire che come osservatori del mondo possiamo osservare i limiti della nostra osservazione, a livello epistemologico. E costruire teorie sul mondo a partire da questa consapevolezza.

Il contesto religioso dipende dalla fede: se ce l’hai, credi in dio, se non ce l’hai non ci credi.
La scienza si occupa di altre cose, certo. Sono due contesti separati. Ma solo se hai la fede si può mettere la fede prima della scienza e dire che solo attraverso la divinità va cercata la felicità.. Insomma, non apprezzo il cortocircuito logico.. Già ma non dovrei usare la logica.. ma la fede.. appunto..

Simone Grazie. Riguardo alla censura dell’articolo sono d’accordo con te.
Chiarisco: non intendevo dichiarare che *solo* la religione è deputata a trattare la questione del senso della vita, assolutamente. La frase contrapponeva scienza e religione, per chiarirne i loro scopi. Naturalmente tanti altri campi dell’intelletto umano si occupano della domanda di senso: filosofia, psicologia, sociologia, poesia, teatro… etc.
Leggerò Harris.

La fede non va messa *prima* della scienza, ma a fianco, perché ha degli altri compiti, quindi non parlerei di priorità, ma di ambiti di competenza. Mi pare però che la fede metta a disposizione contenuti più adeguati, proporzionati al tipo di domanda, per trattare la questione della felicità e del compimento personale. Si può discutere sul valore di quei contenuti. Sto solo facendo un’osservazione sulla loro adeguatezza, cioè collocazione al livello epistemologico giusto. Che la conoscenza della scienza dia felicità sono d’accordo, ma almeno personalmente (dopo tanti anni di laboratorio mi sento di dirlo…!) non esaurisce la domanda. La vita rimane ineludibilmente più grande e più misteriosa!

“Il contesto religioso dipende dalla fede: se ce l’hai, credi in dio, se non ce l’hai non ci credi.” Io penso che la fede non sia solo una grazia (o semplicemente un dato) che hai o che non hai, che ti ritrovi addosso quasi fatalisticamente. La fede è una posizione dinamica dell’uomo a cui l’uomo può arrivare con un percorso razionale che venga innescato dalla volontà, o meglio dalla ragione messa in gioco secondo la totalità dei suoi fattori, senza censurare niente. Soprattutto senza censurare nessun fatto, cosa che sta molto a cuore alla ragione anche in senso strettamente positivistico. E, per esempio, Cristo stesso è un fatto con cui la ragione si deve confrontare. Ma su questo ci sarebbe molto da dire. Comunque la fede è un percorso possibile, molto possibile, e soprattutto un percorso che non offende la ragione, ma vissuta nel modo giusto la amplifica. Ma per iniziarlo questo percorso bisogna postulare, almeno tentativamente, un’ipotesi positiva, un’ipotesi, da verificarsi, su Dio, positiva. Ma questa non è un’offesa alla ragione, anche nella scienza facciamo così: se voglio scoprire se una cosa esiste, per mettermi in movimento per verificare che esiste, devo almeno tentativamente postulare che sia contemplabile che esista, altrimenti non parto nemmeno. Mandi Mich.

Mich Il rapporto religione-scienza è vecchio come la scienza (che nella forma odierna è arrivata solo qualche secolo fa). Ovviamente io ho poco da dire su tale rapporto (non sono né teologo né storico delle religioni né scienziato di professione).

Posso solo sottolineare due paradossi: 1) se la fede fosse un percorso di ricerca e fosse “scopribile” attraverso un percorso razionale non sarebbe più fede, perché oggettivabile. Ora possiamo discutere quanto vogliamo a livello epistemologico, ma il discorso religioso finirà sempre per dichiarare assiomaticamente il primato della fede sulla ragione. Chi ha la fede non può prendere in considerazione l’ipotesi che la fede sia solo uno dei tanti punti di vista sul mondo, prodotto a livello antropologico dall’evoluzione umana; in pratica non ci potrà essere nessuna dimostrazione scientifica che possa convincere chi ha la fede che la fede non esiste, altrimenti non avrebbe la fede (è un loop). Chi mette la ragione come base assiomatica invece può fondare ogni ragionamento successivo sui limiti della ragione stessa e adattare ciò che crede in base all’osservazione del mondo. È tutta qua la differenza. Se la fede fosse dimostrabile scientificamente o se la scienza potesse essere basata sulla fede, non ci sarebbe bisogno di tenerle separate a livello linguistico e non ci sarebbe nulla da discutere.

2) che la fede sia un percorso personale di ricerca di senso “dentro di sé” è per me del tutto plausibile, ognuno è libero di costruire la sua visione del mondo, della vita, della morte e di ciò che desidera. Io non possiedo nessuna fede e non credo in nessuna religione, non ho neanche un punto di vista neopositivista per cui non si può neppure dire che la scienza è la mia religione (però non son neppure nichilista.. se proprio serve una etichetta, il costruttivismo operativo per ora mi pare adeguato).
Comunque, il secondo paradosso per me emerge quando, da agnostico, mi trovo di fronte a diverse forme di religione, tutte che sostengono che la propria fede è quella “giusta” e “vera”. Come faccio a scegliere effettivamente tra le varie opzioni? Se dico che la “religiosità” è un elemento innato dell’essere umano e che ogni religione è in fin dei conti una diversa interpretazione di questo elemento, faccio incazzare tutti e in pratica fondo una nuova religione. Insomma: iniziare un percorso di ricerca di fede dentro una specifica religione corrisponde a una scelta a priori, in base a quella che scelgo troverò una forma diversa di “essere religioso”.. ma allora che “ricerca” è?

Da questo secondo paradosso però discende un problema molto grave a livello di organizzazioni sociali: perché chi è strutturato intorno a una specifica fede (la Chiesa Cattolica, ad esempio) deve prendere decisioni di ordine di convivenza civile per tutti quanti?
Perché la morale e l’etica cattolica sono superiori alla morale e all’etica civile?
Perché non ci si può sposare civilmente tra persone dello stesso sesso? Perché non dovrei fare sesso prima del matrimonio? Perché l’aborto dovrebbe essere vietato per legge? Perché l’eutanasia non può neppure essere presa in discussione per decidere se farci una legge sopra? Perché non posso ritenere “vero” il darwinismo e dovrei metterlo sullo stesso piano scientifico di una mitologia che fissa la creazione dell’universo a poche migliaia di anni fa e mi impone di credere che l’essere umano non si è mai evoluto ma che è stato creato così come è oggi? Perché i soldi delle mie tasse devono finanziare scuole cattoliche private (che fanno pagare una retta)? Perché edifici di proprietà di uno stato estero (Vaticano) non pagano le tasse sul suolo della Repubblica italiana? E potrei continuare per ore.
Ecco dove si trova la mia stima nei confronti di Odifreddi antecedente al fatto di Repubblica: mi mostra in modo esplicito e dettagliato il primato della morale/etica laica su quelle religiose (ogni religione ha la sua), soprattutto quando si tratta di convivenza civile in un mondo globalizzato. A mio giudizio (agnostico) non riduce per nulla la ragione umana, anzi, essendo aperto al possibile-altrimenti la mette al centro esatto della sua impostazione epistemologica.

La mia posizione quindi è molto semplice: accetto la fede di chiunque finché è una ricerca di senso personale. Quando diventa una imposizione per modificare il codice civile non sono più d’accordo. Anzi, mi incazzo come una biscia perché credo che la felicità collettiva stia nel trovare punti di equilibrio sociale. Con la ragione, non con la fede (o con la ragione costruita sulla fede). Tutto qua, :) maman!

Simone La questione si fa profonda… ovviamente! Se non ti dispiace continuo un po’, cercando di sintetizzare, nel limite del possibile. Tocco solo qualche aspetto.
Mi pare che il tuo primo paradosso sussista solo se si pensa alla ragione in senso stretto, nel senso positivista di cui abbiamo già parlato. Ma che questo tipo di ragione non sia adeguato alle questioni che interessano l’uomo-intero, l’uomo secondo la totalità dei suoi fattori costituenti, è ovvio, e implicato e ammesso dalla ragione positivista stessa. E’ vero che la fede non è riducibile alla ragione stretta, né viceversa, perché la fede lascia spazio al mistero, integrandolo e non censurandolo. Voglio sostenere questo non con un argomento da fedele, ma con una fonte a me e a te molto cara, il grande Noam Chomsky. In una lezione che ho sentito da poco Chomsky argomenta che la dimensione del mistero, cioè di ciò che strutturalmente non è razionalmente conoscibile dall’uomo, è una conseguenza della teoria dell’evoluzione darwiniana unita al riconoscimento che ogni essere vivente ha un programma biologico innato che determina scopi e limiti delle sue facoltà. C’è una distinzione fra problema e mistero. Il primo è una difficoltà all’interno del nostro range cognitivo, il secondo sta al di fuori. Ogni essere biologico collocato nel paradigma evolutivo ha strutturalmente sia scopi che limitazioni e quindi la divisione fra problema e mistero entra in gioco per definizione. Chomsky sostiene che soprattutto un evoluzionista materialista dovrebbe ammettere il mistero, mentre dice, oggi la maggior parte dei pensatori scientifico-materialisti ridicolizzano il “misteriarianismo” implicato dal loro stesso credo scientifico.

Il problema di che mossa debba fare un agnostico di fronte alle molteplici opzioni religiose è un problema serio e drammatico. Ma in un certo senso si dissolve immediatamente se si passa dalla prospettiva di fare una scelta analitica e corretta a priori “da fuori”, alla prospettiva gnoseologicamente più adeguata – visto l’oggetto in questione – che è quella dell’*esperienza* all’interno di un percorso religioso. Il cammino al vero è un’esperienza, non solo un calcolo. La fede è un cammino esperienziale, innescato dalla ragionevolezza che sia un percorso che ha la pretesa di affrontare le grandi questioni del vivere e del senso della vita. Le ragioni del credere non si possono scoprire a pieno stando fuori e osservando analiticamente i contenuti del credere, ma ingaggiandosi in un percorso. Siccome la fede è per la vita, è vivendo che si sperimenta e si scopre. Mettendosi alla sequela di chi ci affascina con una autorevolezza adeguata, di chi giudichiamo un testimone credibile, cioè seguendo un vero maestro. In questo percorso, giudicando se stessi in rapporto al reale che si vive all’interno della proposta di fede, si possono valutare le ragioni del credere. Strada facendo uno verifica (o meno) che questo cammino gli corrisponde, è adeguato all’altezza delle domande dell’uomo, genera stupore, si apre al mistero, potenzia la propria umanità, fa vivere con più gratitudine, fa darsi con più gratuità, intensifica la propria autocoscienza, comprende più a fondo i propri limiti, da essi si riprende senza farsi schiacciare, sa stare di più di fronte al dolore, sa vivere più squisitamente la gioia. Più uno si avvicina a Dio, più uno si scopre intensamente uomo. Se questi sono i segni, allora la strada mi pare buona. Non sto dicendo che al di fuori della fede questi tratti umani non siano possibili. Ma che un sano percorso di fede non fa che potenziarli, non ridurli.

In un certo senso, qualsiasi percorso di fede, se vissuto fino in fondo è valido. Sicuramente è più valido di un’osservazione sincretica e superficiale che fa il conto a tavolino del pro e contro di ogni proposta religiosa. Questo però non vuol dire che tutti i percorsi siano equivalenti, o tutti veri. Hai ragione, ogni religione ha una pretesa di verità. E’ ‘importante notare, incidentalmente, che è questa pretesa di verità di ogni religione, se presa con serietà e apertura, che consente un serio dibattito inter-religioso, non l’appiattimento “tutte le religioni sono in fondo uguali”. Non conosco l’altro se non attraverso l’incontro fermo con la sua identità non diluita. Bisogna fare attenzione però, perché non tutte le religioni hanno esattamente la stessa pretesa di verità, e non hanno nemmeno la stessa concezione di verità. Per esempio il Buddismo si propone piuttosto come una delle vie con un concetto dinamico del vero, mentre il Cristianesimo ha una pretesa più forte, una via che si distingue perché basata sulla specificità di Cristo. Ma non continuo su questo punto, per quanto importante. Aggiungo solo che nel contemplare in quale dei percorsi religiosi conviene avviarsi, non è fattore irrilevante la considerazione della tradizione e del background culturale al quale uno appartiene.

Mich Che la fede sia un cammino esperienziale per me è ok. Ognuno è libero di farlo e se mai dovesse capitare pure a me un maestro religioso da seguire non ho nessun preconcetto, sono aperto alla contingenza.

Non sono per nulla d’accordo con te però quando insisti nel sostenere il primato della religione in campo morale, come fine per essere migliori, per “potenziare la propria umanità”. La costruzione dell’etica e della morale, della concezione della felicità e della pura gioia, del dolore e di ogni emozione e di ogni sentimento non sono monopolio della religione. Capisco e accetto che i religiosi utilizzino quella strada per darsi senso ontologico, ma non mi va bene che chi sta su quella via dichiari che non ci sono altre strade altrettanto valide, che la loro è la migliore o addirittura che sulle altre vie ci si perde e non si va da nessuna parte.
Io accetto il percorso di ricerca della religione, ma la religione deve accettare che è possibile darsi con gratuità, vivere la gioia piena, ecc. anche al di fuori di essa, senza una divinità di riferimento. Sostenere che non sia possibile vivere con “pienezza” (giustizia, onestà, carità, altruismo, bontà, …) la vita senza un dio lo trovo miope.
Anche perché poi questa presunzione di superiorità viene utilizzata dalla Chiesa Cattolica per imporre la propria visione morale sulle leggi dello Stato italiano. E questo proprio non lo accetto.

Simone Mich, mi pare tu mi abbia frainteso, nel mio messaggio non si puo’ rintracciare una posizione di ‘monopolio della religione sull’etica e la morale’. Infatti avevo scritto chiaramente, proprio per anticipare questa critica: “Non sto dicendo che al di fuori della fede questi tratti umani non siano possibili. Ma che un sano percorso di fede non fa che potenziarli, non ridurli.” Il bene non e’ monopolio di nessuno, in questo credo fermamente, figuriamoci. Ho troppi esempi di persone virtuose e moralmente elevate che non sono credenti. E viceversa! Questo e’ ovvio. Non e’ automaticamente protetto da una condotta amorale un credente come non lo e’ un non-credente. Dicevo solo che la fede vissuta bene, in modo sano (e ci sono molti modi malsani di viverla!), potenzia la capacita’ dell’uomo di concorrere al bene, come certo anche un’umanita’ non-credente puo’ fare. Andrebbe poi aggiunta un’altra osservazione. Anche se i risultati dell’azione morale di un credente e di un non-credente sono uguali, ci possono essere delle differenze sul piano delle motivazioni. In questo senso si apre poi anche una riflessione sulla diversa enfasi del concetto di coerenza morale che si delinea nel campo teistico e in quello laico, ma e’ un punto delicato e in un certo senso di secondo ordine rispetto al tema principale qui.

Riguardo alla tua critica del rapporto fra fede e ordinamento dello stato e della società, anche qui il tema è enorme, ma vediamo di toccare alcuni punti. Per prima cosa è naturale che da una fede (parliamo di cristianesimo per esempio) discenda un pensiero filosofico che si declina in una visione dell’uomo, della società e dello stato, e del rapporto fra loro. Il cristiano in quanto cittadino entra nelle dinamiche del vivere collettivo con tutta la sua identità e visione del mondo, come lo fa il liberale o il social-democratico, per esempio. Nel dibattito culturale e politico confluiscono tutti questi fattori, e il corso della società sarà una risultante dell’azione di queste forze. Perché ritieni che la Chiesa prenda decisioni di ordine di convivenza per tutti quanti? Siamo in uno stato laico, ordinamento in cui io credo fermamente, e va difeso per tutelare le parti di altre o nessuna fede. Credo questo sia ovvio e sia una grande conquista della civiltà. La Chiesa si fa sentire potentemente nella misura in cui gli uomini impegnati nel campo della politica portano, difendono, argomentano i suoi valori. Il cristiano è un elemento attivo del processo democratico come lo sono gli altri. Non ci sono forse altri gruppi di interesse nella nostra società che vogliono far sentire il loro peso nella politica?

La morale cattolica non è superiore alla morale civile *a priori*, come mi sembra tu voglia implicare. Intanto la “morale civile” non è un oggetto ben identificato, perché di sicuro ce n’è più di una. Poi la morale che domina per ispirare una legislazione, per esempio, sarà sempre il frutto di una confrontazione prima di principio e poi politica. Tutte le tue domande “Perché?”, dal matrimonio gay all’eutanasia, dal darwinismo alle tasse, sono ottime domande, impegnative, e problematiche per entrambi i lati del dibattito. Non riusciamo a entrare ora nello specifico. Però so per certo che ci sono ragioni molto intellegibili da entrambe le parti. In cosa consiste il primato della morale laica rispetto a quella religiosa, cioè quel primato che dici abbia stabilito Odifreddi, e che di conseguenza te lo fa rispettare? Immagino possa consistere nel concedere che ognuno scelga di fare quello che ritiene più opportuno nel campo della morale e dell’umano comportamento (abortire, sposarsi con chi si vuole, far morire un malato terminale etc), invece che imporre a tutti una morale unica. In breve, relativizzare il concetto di bene all’arbitrio del singolo individuo. Certo, capisco, è la grande operazione della modernità, come fare a non sentirne l’appeal, la fortissima attrazione. Certo, consentire che ognuno faccia quello che vuole ha delle conseguenze positive immediate, perché fa emergere quel valore così importante nel mondo moderno: la tolleranza. Ma è davvero la tolleranza da sola la via ultima al bene? La questione è molto bruciante e molto aperta, non mi sentirei di dire però che sia ovvio che la morale relativizzata sia necessariamente per il bene comune. E’ un discorso enorme.

C’è poi tutto un filone di ragionamento per spiegare in che senso la fede sia intrinsecamente un fenomeno inscindibilmente comunitario, e non solo personale, ma accantono anche questo per ora.

Sono d’accordo con te che almeno una componente della la felicità collettiva consista nel trovare punti di equilibrio sociale, ma l’equilibrio deve essere la risultante di un confronto di proposte e identità chiare, non un compromesso che in partenza rinuncia alla pretesa di una tensione verso la verità.

Perdonami la ‘sloppiness’, il poco rigore, ma ho scritto quasi di getto. Si fa quello che si può alle 11 di sera dopo una giornata di lavoro… comunque grazie, mi ha fatto molto piacere il confronto. Ma man.

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