Una sfida alla categoria della possibilità

Questo post è una continuazione di quanto scritto in “Un imprevisto è la sola speranza: Pan Otto Novak”.

Il mese successivo è tornato il mio turno di caritativa. Per una serie di circostanze mi sono ritrovato ad effettuare il turno da solo, senza gli altri tre compagni previsti. Passate le 9am nella sala d’attesa dell’ospedale Pod Petrinem, mi sono reso conto che nessun altro ormai sarebbe arrivato e mi chiedevo se avessi dovuto anch’io rinunciare, oppure affrontare il lavoro da solo, per quanto prevedibilmente impegnativo, per i limiti linguistici e per le condizioni dei pazienti da affrontare.

podpetrinem

Ho notato che mentre contemplavo la decisione, si dipanavano in me due classiche posizioni dell’uomo, entrambe squisitamente mentali, e ben poco reali: la paura e l’eroismo. La prima è la posizione di attraversare il reale senza viverlo, la seconda di deciderlo secondo un’immagine, ancora prima di viverlo. Infatti, da un lato mi faceva paura affrontare da solo gli odori, le immagini, i suoni della malattia, e mi proiettavo nel farlo immaginando di passarci attraverso il più veloce possibile, con naso, occhi e orecchie chiusi, dall’altro invece anticipavo quello che sarebbe potuto succedere, immaginando di superarlo eroicamente, per avere qualcosa di glorioso da raccontare successivamente, come effetto più desiderabile e significativo dell’esperienza stessa.

Cos’è che può riportare l’uomo a un equilibrio fra le posizioni estreme di paura ed eroismo? Cosa può centrarlo di nuovo? La realtà stessa. La realtà affrontata lealmente, senza censure e senza immagini. Ho deciso quindi di iniziare il turno con questa prospettiva. Tenendo fede al metodo di andare in cappella prima del turno, per leggere un estratto del testo di Don Giussani, “Il Senso della Caritativa”, e dire una preghiera, la prospettiva da me decisa è diventata domanda, cioè richiesta che la realtà stessa mi riequilibrasse fra le posizioni irragionevoli di paura e eroismo.

Inizio. Gli infermieri appena mi hanno visto non sembrava avessero esitato un attimo per il fatto che fossi da solo e senz’altro mi assegnano guanti e crema. Questo loro trattamento  normale ha avuto subito un effetto stabilizzante in me. Poi via in camera uno, letto tre, sotto la finestra, cioè da Pan Otto Novak. Era ancora lì, e stava molto meglio del mese prima. Era seduto dritto in poltrona, ascoltando, calmo ma presente, un programma di musica classica alla radio. Lui non sapeva che avevo scritto un post su di lui, quindi fra di noi c’era molto probabilmente un’asimmetria di posizioni psicologiche, con effetto finale che l’interazione era molto normale e piana. Mentre spalmo si abbozza una conversazione, e Pan Novak per qualche motivo strano si convince che avrebbe fatto meglio a parlare tedesco con me. Essendo il mio tedesco nullo, la conversazione non è di certo migliorata. Ma era più importante spalmare che parlare.

Finito con Pan Novak, mi accingo al letto a fianco. Penso alla piega piana e regolare che stava prendendo il turno. Vista l’eccezionalità del mese prima – con la rivelazione attraverso Pan Novak della speranza nascosta nell’imprevisto – non potevo ragionevolmente più aspettarmi molto dalla stessa camera. Ero già sufficientemente contento che la concretezza dello spalmare la crema, e la piana regolarità della situazione, stessero stemperando gli estremi di paura e eroismo.

Il paziente accanto si trovava in uno stato miserabile. Un volto grigio, spento, sofferente, malato, era l’unica cosa che spuntava dalle coperte. Sembravano vivi solo i baffi neri. Mi accingo e chiedo permesso di spalmare la crema. Mi risponde una voce flebile, ma affermativa. Abbasso le coperte e si paventa agli occhi un’immagine sconvolgente, un mucchio di ossa contorte ed emaciate, con in zona centrale un enorme pannolino. Non credo di aver messo a fuoco tutti i dettagli, vedevo e non vedevo. Visto che avevo la crema in mano, e i guanti addosso, e glielo avevo appena chiesto, quasi per deduzione logica, più che per convinzione psicologica, mi misi a spalmare.

Ci sono situazioni in cui ci si sorprende a fare cose che solo la cruda necessità ci consente di fare, e a cui la nostra indole, disposizione, e propensione alla comodità, mai ci accingerebbe a fare. Mi colpiva il fatto di come io, piuttosto schizzinoso, mi trovassi a massaggiare un corpo le cui fattezze avevo in precedenza visto solo in fotografie dai campi di concentramento, il tutto senza che la mente elaborasse coscientemente in tempo reale quello che stava succedendo. Una singolare, per quanto forse pericolosa, precedenza del reale alla riflessione su di esso.

Il Signor Milos invece sembrava piuttosto godersi l’azione, e da sotto i baffi provenivano cenni di approvazione, illuminando sia il fatto che un corpo emaciato non equivale affatto a un uomo morto, sia il fatto che sulla stessa situazione c’erano in gioco prospettive diverse, la mia e la sua.

A un certo punto dovevo decidere se iniziare una conversazione. Ero scoraggiato dal pudore di dire cose banali e di non capirne le reazioni, come spesso avviene, e mi chiedevo se fosse sufficiente passare avanti senza concedersi un di più di contatto umano. Incentivato dal presentarsi stesso della sfida, apro con un classico “Ma voi Signor Milos, cosa facevate nella vita?”. Lui risponde con una parola sola: “Varhany”. “Organi”. Ho fatto un salto indietro. “Come organi? Li costruivate, o li suonavate?” Parte una risposta fra rantoli, e deboli fischi. Colgo più la dimensione “esecutiva” che “costruttiva”.  Ma soprattutto rimango sconcertato dal fatto che nel letto immediatamente a fianco a Pan Otto Novak, l’organista emerito che tanto mi aveva colpito il mese prima, ci fosse un altro organista. Mi è venuto da ridere, lì, seduta stante. A quel punto interviene Otto Novak dal comfort della sua poltrona, abbassando la radio, e intercede nell’improbabile ruolo di interprete fra me e Milos, in ceco, per lo meno non più in tedesco. E mi spiega che anche Milos è stato un organista della cattedrale di San Vito di Praga, e in particolare cantore e direttore di coro. Hanno suonato e cantato assieme in innumerevoli concerti: sono amici da una vita. E ora sono a fianco in un letto di ospedale.

L’improbabilità della circostanza mi fece esultare. Soprattutto in contrasto al fatto che io avevo segretamente deciso che da quella stanza non poteva più uscire niente di interessante o straordinario, visto l’imprevisto del mese prima. Mi è sorto allora dentro questo grido: “Signore, la tua grandezza supera di così tanto la mia misura. E me lo fai capire addirittura con l’ironia, prendendomi in giro, sfidando, sovvertendo la mia comprensione della categoria della possibilità. Fai nascere qualcosa di nuovo e incalcolabile, proprio dove la mia ragione aveva calcolato che nulla di nuovo poteva esserci”.

Sono andato avanti senza voler porre più limiti allo stupore.

Advertisements
This entry was posted in Experience, Religion and tagged , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s