Quando lasciare la morosa

 

Nel tempo, con la forza di molte esperienze e anche di tanti errori, sono riuscito a distillare qualche criterio per muoversi nella vita.

Una cosa che mi aiuta è gettare lo sguardo proprio alla fine della vita stessa, sulla soglia dell’addio. In questo mi è preziosa l’esperienza del servizio di volontariato coi malati anziani in ospedale: è una grazia poterli vedere vivere i momenti finali, dove si ricapitola la propria esistenza. E’ un richiamo che siamo nella finitezza del tempo. Proiettandosi nella prospettiva della fine, quando arriva il congedo da sé stessi e dalla vita, si ha una percezione più vivida di come si sta vivendo il presente. Cosa conta davvero, cosa è importante per noi. Il criterio di non avere rimpianti e di avere la certezza di aver usato bene il tempo che ci è stato regalato (che fortuna incredibile vivere) mi aiutano a sfrondare le indecisioni, anche se certamente non in modo automatico. I criteri che percepisco come veri sono infatti spesso plurimi, anche se dentro un unico canale esistenziale ormai scelto definitivamente, cioè quello della fede.

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Un altro criterio che è stato decisivo per me per interpretare lo stato di una relazione affettiva, è se sento che la mia umanità fiorisce o sfiorisce dentro quel rapporto. La direzione è che diventi più te stesso, più uomo, più vivo? O più soffocato, più accartocciato? Non bisogna confondere pero’: l’umanizzazione di sé passa certamente anche attraverso fatica e rinuncia di sé. Fatica è diverso da soffocamento. Dobbiamo cercare di notare questi diversi moti interiori. Il sé deve morire, è chiaro, questo è stato capito da tutte le tradizioni spirituali. Se come moriamo dice come abbiamo vissuto, e se la morte è l’ultima consegna del sé, allora tutta la vita è un graduale percorso per far morire l’attaccamento all’io e aprirsi a qualcosa di più grande, a una relazione più profondamente costitutiva del sé che solo la relazione con se stessi. In fondo è questo il grande movimento della religione. Riallacciare (religo) il legame basico con chi ci costituisce più fondamentalmente di noi nel rapporto solo con noi stessi. E una relazione affettiva con una donna è immagine di questa uscita da sé, per formare qualcosa di nuovo.

Allora: umanizzazione con fatica verso una liberazione dai limiti del proprio io, o accartocciamento soffocante che fa presagire uno spegnimento delle proprie forze vitali? Quale direzione domina nel rapporto? Portare dentro questa domanda, magari anche esplicitandola, e cercare con serenità di usare il tempo bene per accumulare indizi per una risposta. Non ci sono infatti scorciatoie possibili. Se uno deve ancora capire qualcosa, deve ancora capirla e basta. Come diceva Aristotele riguardo ai processi di scelta: la fase della deliberazione (riflessione su alternative) deve essere lenta, solo dopo il giudizio (scelta di una soluzione) la decisione di attuarlo e l’azione di attuarlo devono seguire senza alcun indugio.

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