Lettera a un’amica omosessuale

Questa lettera è una risposta ad un’amica che qui rimarrà anonima. E’ una risposta a una sua reazione verso un’intervista rilasciata dal Cardinale Ruini dove egli esprime le sue opinioni a riguardo delle unioni civili e altre questioni sociali e antropologiche correnti. Il punto suo di vista di era il seguente:

Caro Simone fà male, tanto male leggere queste posizioni. Tu stai difendendo a spada tratta le posizioni di una Chiesa che è tanto ferma e intollerante con gli altri quanto permissiva con se stessa. Una chiesa che porta ancora a vanti i dogmi di secoli fà, una Chiesa che prende i libri sacri e decide in base ad un metro di misura solo suo e assolutamente umano cosa è giusto e sbagliato, dicendo e quasi imponendo ai fedeli cosa è giusto e cosa è sbagliato! Sai con i soldi si può fare tutto, puoi stipulare assicurazioni, andare all’estero e pagare per la fecondazione assistita e così cosa fai? Incentivi e ingrassi il divario tra ricchi e poveri. Quali sono i diritti assoluti e quali sono i diritti meno assoluti? I diritti sono diritti e non si può decidere in base alla maggioranza chi può goderne e chi no! E allora tutte le minoranze che ci sono nel mondo che fine fanno? Io non posso sposarmi! Io non posso andare a trovare la mia compagna in ospedale se trovo un medico obbiettore. Io posso essere esclusa dalla vita della mia compagna, da quello che ho costruito con lei se un domani muore e la sua famiglia mi esclude. Io qua in Italia posso essere discriminata, picchiata e anche peggio perché non c’è una legge che mi tutela. Dio disse ama il prossimo tuo come te stesso e soprattutto a me hanno insegnato che il Dio Cristiano ama! E allora perché si continua a portare avanti una religione dell’odio, dell’intolleranza, della chiusura discriminante? Senza dimenticare che lo Stato Italiano è per Costituzione LAICO!

Ho preso seriamente queste parole, che mi hanno stimolato ad andare più a fondo della questione e cercare le ragioni delle mie posizioni. Ti ringrazio! [la mia amica ha potuto leggere qui la mia risposta]

***

Cara,

prima di tutto ti ringrazio per quello che hai scritto, per il tuo coraggio e apertura. La tua posizione è tanto chiara quanto legittima. E mi dispiace per il tuo dolore, lo capisco bene. Capisco bene anche il dolore che ti causa la Chiesa, o meglio il tuo rapporto con la Chiesa. Detto questo rimango in disaccordo con quello che dici e cerco di spiegarmi. Cerco di farlo con tutta profondità, serietà e rispetto. Spero che quello che ti dico non ti offenda o non ti ferisca, ma non conosco amore più grande all’altro che dire quello che io credo di aver capito della Verità.

Difendo la Chiesa perché rimane a mio avviso un caposaldo del ‘Realismo’ e della ‘Ragione’, in un tempo dominato spesso da opinione e potere. Con ‘Realismo’ intendo la posizione filosofica ed esistenziale di ritenere che la ragione umana sia autonoma e capace di decidere delle questioni antropologiche — come quelle che riguardano le unioni civili in nostro esame — arrivando ad una Verità oggettiva. La Chiesa afferma quello che la natura evidenzia da sé stessa in modo inequivocabile, cioè che l’essere umano si da’ in due sessi, che sono radicalmente distinti sul piano fisico, psichico e anche spirituale, pur avendo pari dignità sul piano morale. Questa dualità maschile-femminile è costitutiva e inerente all’Essere umano, non si colloca su un piano ontologico inferiore , come la differenza accidentale fra capelli biondi o mori, per esempio. Allo stesso tempo l’uomo e la donna non sono due sostanze distinte, come l’essere umano e il cavallo, fanno infatti parte dell’Essere Umano. Nella gerarchia dell’Essere la distinzione uomo-donna ha una sua collocazione tutta particolare e non affatto secondaria. La differenziazione di genere rappresenta una dualità dell’Essere fondamentale, di pari dignità ma con differenziazione di caratteri da ben specificare – non in questo testo. Qui basti dire che non possiamo prescindere dalla constatazione di questa dualità, è necessario ragionare a partire da questo dato, e chiedersi che conseguenze esistenziali e morali derivino da questa condizione ontologica di partenza. Se noi prescindiamo da questo dato incontrovertibile facciamo una violenza alla realtà. Sono tempi in cui parlare di ‘realtà’ e ‘natura’ sembra una ingenuità infantile, perché il post-modernismo ci ha insegnato che niente è veramente in sé, ma è solo in quanto costruito e interpretato socialmente. Io non sottoscrivo affatto questa posizione debole rispetto all’Essere.

Il matrimonio fra uomo e donna prima che essere un avvenimento religioso o una pratica civile codificata è una istituzione naturale appartenuta a ogni civiltà e definita da una promessa pubblica che include tre fattori: (1) la fedeltà, (2) la procreazione e (3) l’educazione della prole. La costituzione di centinaia di paesi al mondo riconosce il matrimonio fra uomo e donna, e la sua conseguenza, cioè la famiglia,  come elemento fondamentale, costitutivo, e di stabilità della società umana. La legge lo tutela in quanto lo riconosce come originario e naturale. Il matrimonio non è un prodotto dello stato o la conseguenza della legislazione, ma origina indipendentemente da un dato naturale che a sua volta ha le sue radici nell’ontologia dell’essere umano, cioè il dualismo costitutivo uomo-donna. L’apparato civile, religioso e legale intervengono in un secondo momento, per santificarlo, nei modi a loro propri.

Ora dovremmo chiederci, se l’alterità uomo-donna si colloca a livello così fondamentale nella gerarchia dell’Essere, come va intenso il rapporto omosessuale? Cosa esprime la forma di unione omosessuale rispetto alla natura umana? Come va compresa, prima di tutto in sé stessa – come fenomeno umano, e in secondo luogo in quando destinataria di diritti e responsabile di doveri? Sono questioni complesse. Posso offrire solo qualche spunto su cui ho ragionato io.

Il movimento di una persona verso l’altro, verso l’alterità, verso l’altro da sé, a mio avviso è un movimento fondamentale di uscita da sé stessi che è decisivo nel cammino spirituale di una persona, cioè nel cammino umano di una persona. La traiettoria della vita è una progressiva consegna del sé, dai primi egoismi basici che il bambino supera venendo educato dai genitori, come la gelosia e il possesso, passando poi a forme più complesse di egoismo da superare, come la vanagloria e la superbia, fino alla consegna finale del sé sulla soglia della morte. Sarebbe bello approfondire questo punto – non è questa la sede, ma spero basti a giustificare il fatto che considero il movimento di una persona verso l’alterità uno dei movimenti essenziali della dinamica umana. Ecco, Il matrimonio fra uomo e donna è la figura massima sul piano umano di questo trovare sé stessi uscendo da sé. Dico sul piano umano, perché sul piano trascendente, il trovare sé stessi uscendo da sé si realizza massimamente nel rapporto con Dio, l’Alterità ultima. Certo, ora dobbiamo rilevare questo: c’è un’alterità anche nel rapporto omosessuale, perché l’alterità più fondamentale è nel fatto che lì c’è un’altra persona, al di là del suo sesso. C’è infatti incontro con l’altro anche nel rapporto di amicizia, per esempio. Cosa avrebbe allora in più il rapporto omosessuale rispetto all’amicizia, e in meno rispetto al rapporto eterosessuale? Lascio aperta questa importante domanda e mi limito a dire che se si accetta la mia premessa che il movimento verso l’alterità è costitutivo ed essenziale nella dinamica umana, allora più è marcata l’alterità più è profondamente umana l’esperienza. Si potrebbe quasi tracciare una graduatoria (pur incompleta e apertissima a molte obiezioni): l’io in rapporto con sé stesso (=ego), l’io in rapporto con l’altro simile (l’amicizia, l’omosessualità), l’io in rapporto con l’altro diverso nel genere (il matrimonio), l’io in rapporto con l’ultimamente Altro, Dio.

Il problema della Chiesa non è la condanna dell’omosessualità, o dei rapporti di convivenza eterosessuale non matrimoniale. Non in primo luogo almeno. Il problema vero è molto più serio, e riguarda l’indagare cosa sia davvero buono e utile per l’uomo e la sua vera felicità e, congiuntamente a questo obiettivo, il non cedere all’affermazione di cose false. Affermare che una convivenza di fatto, etero- o omo-sessuale, sia equivalente al matrimonio fra uomo e donna è fattualmente falso, e quindi ingiusto. Nel matrimonio eterosessuale (civile o religioso) c’è (1) una promessa (2) pubblica (3) di fedeltà (4) sigillata nella legge, e (5) di generazione (6) ed educazione di figli, dimensioni queste tutte cardinali per la stabilità e il progresso della società. Una coppia di fatto *per definizione* rifiuta questi livelli di impegno, quindi una equiparazione dei diritti sarebbe una violazione ingiusta di un dato oggettivo e reale. Concedere gli stessi diritti del matrimonio a una unione di fatto non è un diritto correttamente guadagnato dall’unione di fatto, ma piuttosto un’ingiustizia verso il matrimonio. Quello che uno riceve dalla società deve essere proporzionato a quello che dà, questo è il principio di giustizia. Nell’unione omosessuale poi non c’è fattualmente la possibilità di generare figli. Certo, c’è, ma facendo subentrare terze persone. Ma allora si richiede la presenza di altri soggetti per il soddisfacimento di un diritto tanto voluto *personale*, causando una contraddizione in termini, perché quel diritto non può venire esercitato totalmente dalla persona stessa che lo esige.

Un’altra ambiguità tipica in questo dibattito è la pretesa che un desiderio (anche legittimo) diventi diritto. Questo non si dà sempre. Il fatto che l’omosessuale abbia il desiderio della paternità o maternità, o di una definitività nell’impegno verso il partner, sono evidenze di quelle esigenze naturali e costitutive della natura umana che appartengono a tutti. A questi umani desideri dobbiamo prestare molta attenzione, perché il loro emergere sottende un’umanità sana e vibrante. Ma che qualcosa sia giustamente desiderato, non significa che debba necessariamente diventare un diritto. Un figlio non è esclusivamente un diritto, nemmeno per una coppia eterosessuale. Perché quel figlio potrebbe non arrivare, e di fronte a questo che diritto uno può reclamare? Nella visione religiosa della vita un figlio non è un diritto, ma un dono. E non è affatto un possesso a disposizione del genitore per la sua realizzazione personale. Ma non c’è bisogno di invocare la dimensione religiosa, che pur umanizzerebbe assai la problematica. Anche rimanendo puramente sul piano laico/umano, dovremmo osservare che il preteso diritto di una coppia di avere un figlio a tutti i costi va bilanciato con i diritti di quel figlio, anch’egli una persona umana titolare di diritti. Credo che un figlio abbia il diritto ad avere due genitori papà e mamma, perché l’affettività e il rapporto con il mondo del maschio e della femmina sono funzionalmente diversi ed essenziali nell’educazione del figlio. Dire questo oggi sembra quasi un’eresia, perché è una cosa evidente e naturale, e quindi pare troppo sempliciotta. Viviamo nell’epoca della teoria del genere, secondo cui il sesso nelle sue dimensioni fisiche, comportamentali, psichiche, è solo una costruzione sociale, ed è privo di un dato naturale oggettivo. Invece affermare l’assenza di questa differenziazione naturale è una grave violenza alla realtà, che evidenzia il contrario in modo incontrovertibile. Non servirebbe citare nessuno, ma mi viene in mente solo una delle mie ultime letture, Erich Fromm, il grande psichiatra (autore del bellissimo libro “L’arte di amare”): un ebreo ateo e marxista, quindi con un pedigree non sospetto, non esattamente un cattolico bigotto… Mi ha colpito la lucidità con cui descrive l’essenziale distinzione dei ruoli femminile e maschile nell’educazione. La madre ama (prevalentemente) in modo incondizionato, ama il figlio per il fatto che esiste, fornisce protezione, stabilità e nutrimento affinché viva. Il padre ama (prevalentemente) a un altro livello, lanciando il figlio nella vita, coinvolgendolo nel suo ruolo – essenzialmente maschile –  della trasformazione del mondo, della proiezione della sua progettualità all’esterno della famiglia. Si apprende così il fatto di essere amati secondo due profili fondamentali e complementari:  in quanto esistenti e in quanto capaci di creare. Dico questo solo per fare un (per altro banale) esempio della complementarietà dei generi dentro la famiglia. Affermare che queste differenze di genere non esistano, è, come dicevamo,  una violenza al reale. E la sua implementazione giuridica e sociale potrebbe avere possibili gravi effetti nella vita del figlio, a quanto pare ampiamente documentati. Certo – si argomenta – un figlio può crescere male anche in una famiglia eterosessuale. Naturalmente, ma questo non è affatto un argomento per giustificare una impostazione che è in partenza riconoscibilmente sbagliata.

Spostandoci di livello, affermare il falso può avere effetti ancora più gravi nel tempo al di là della dimensione famigliare, estendendosi al livello della società che si va a costituire. Se infatti, come sta avvenendo, si costruisce una morale (e quindi conseguentemente una politica) sganciata dalla metafisica (cioè dalla constatazione razionale di come è costituito l’essere umano) si finisce per sviluppare una morale ostaggio di sensazioni e desideri, non fondata sulla ragione, ma sull’opinione prevalente, e quindi totalmente in balia del potere. Una società che accetta di non chiamare più le cose con il proprio nome (e quindi di non affermare più le distinzioni dove invece esistono) è una società che si indebolisce, e si rende vulnerabile al potere. Se scolleghiamo le parole dalla realtà in modo che a essa non vi corrispondano più, siamo in pericolo. Basti ricordare, a esempio, la lezione di George Orwell sul rapporto fra parole e realtà in 1984. Se si scinde il legame fra parole e realtà, la realtà diventa manipolabile attraverso le parole. Quindi chiamare matrimonio ciò che fattualmente non lo è, è sottilmente, ma realmente, pericoloso. Viviamo in un mondo dove “missione di pace” significa guerra,  o dove il “libero mercato” è tutt’altro che libero. Lo scollamento fra parole e realtà è presagio di totalitarismo e ingiustizia, di cui abbiamo evidenze storiche.

Per concludere, elaboro alcune repliche puntuali ad alcune obiezioni del commento:

Tu stai difendendo a spada tratta le posizioni di una Chiesa che è tanto ferma e intollerante con gli altri

Con il mio testo sopra spero di aver dimostrato che non si tratta di intolleranza. Unioni di fatto etero- e omo- sono naturalmente tollerate, cioè accettate come fenomeno esistente, ma anche giudicate a rigore di ragione per quello che sono e che non sono. Disapprovate, ma capite. Tolleranza non implica sempre e necessariamente essere in accordo.

quanto permissiva con se stessa.

Gli standard sono gli stessi dentro e fuori, e se non lo sono, la Chiesa è in errore. L’allusione dell’obiezione è forse alla pedofilia. Altro discorso fin troppo abusato dai contrari alla Chiesa. Mi pare che le ammissioni di responsabilità e i provvedimenti contro i fenomeni di pedofilia siano stati molto chiari in questi anni, un fenomeno gravissimo e punibile, ma statisticamente marginale. Ma questo è un altro tema.

Una chiesa che porta ancora avanti i dogmi di secoli fà,

Se una cosa è vecchia o nuova di per sé non è così importante, l’importante è che sia vera.

una Chiesa che prende i libri sacri e decide in base ad un metro di misura solo suo e assolutamente umano cosa è giusto e sbagliato, dicendo e quasi imponendo ai fedeli cosa è giusto e cosa è sbagliato!

In generale il metro di misura della Chiesa non è affatto solo umano, per definizione, ma anche Divino, visto che la Chiesa si interessa di capire cosa Dio vuole per l’uomo. Questo certamente si può rifiutare, se si rifiuta che Dio esista e che parli all’uomo. In particolare, per quanto riguarda gli insegnamenti morali della Chiesa, essi non sono totalmente rivelati dalla scrittura, né direttamente da Dio, ma sono frutto di ragionamento filosofico sulla natura umana, certo, spiritualmente illuminato dalla vita di preghiera, e dal legame con la tradizione della Chiesa. Sì, la Chiesa ha la pretesa che la ragione umana riesca a discernere cosa sia Giusto e Sbagliato, ma conosce bene l’incapacità dell’uomo di comportarsi coerentemente. Per questo è piena di perdono e comprensione per il peccatore, ma capace di giudizio chiaro verso il peccato.

Sai con i soldi si può fare tutto, puoi stipulare assicurazioni, andare all’estero e pagare per la fecondazione assistita e così cosa fai? Incentivi e ingrassi il divario tra ricchi e poveri.

La possibilità che il non legalizzare la fecondazione eterologa (l’assistita in determinate circostanze è consentita) in Italia causi la ricerca di tale pratica all’estero non è motivo sufficiente per cambiare un principio. Se un principio è giusto ma ha sgradevoli conseguenze, bisogna affrontare le conseguenze, non cambiare il principio. Non capisco in che modo sostanziale possa il ricorso a tale pratica all’estero allargare il divario fra ricchi e poveri. Nel senso forse che se fosse legale in Italia sarebbe auspicabile che fosse almeno parzialmente coperta dall’assicurazione sanitaria pubblica, mentre se è all’estero uno deve pagare di tasca propria delle costose cliniche private arricchendole? La logica può forse tenere, ma non credo che l’impatto sul divario nazionale fra ricchi e poveri sia significativo.

Quali sono i diritti assoluti e quali sono i diritti meno assoluti? I diritti sono diritti.

Questo è un punto cruciale della questione, che ho cercato di affrontare sopra. Non ogni desiderio, anche se in sé  legittimo ed umano, ha il rango di diritto. I diritti non sono mai assoluti perché la titolarità del diritto ha sempre condizioni, spesso legate ai corrispondenti doveri. Anche i diritti fondamentali dell’uomo hanno limiti. Per esempio il diritto alla libera espressione è bilanciato dal dovere di non incitare alla violenza. Siamo quindi sempre nella logica del dare e dell’avere secondo giustizia. Non sarà con l’eliminazione di tutti i limiti, e quindi rompendo l’equilibrio fra diritto e dovere, che l’uomo acquisterà la tanto desiderata e fraintesa libertà. Ma cosa sia veramente libertà, è ancora un’altra questione.

e non si può decidere in base alla maggioranza chi può goderne e chi no! E allora tutte le minoranze che ci sono nel mondo che fine fanno?

Ma questo – decidere a maggioranza — è esattamente quello che vuole fare la nostra società democratica e che invece non vuole fare la Chiesa, cioè sottomettere una questione morale a un criterio di opinione di maggioranza e non di ragione.

Io non posso sposarmi! Io non posso andare a trovare la mia compagna in ospedale se trovo un medico obbiettore. Io posso essere esclusa dalla vita della mia compagna, da quello che ho costruito con lei se un domani muore e la sua famiglia mi esclude. Io qua in Italia posso essere discriminata, picchiata e anche peggio perché non c’è una legge che mi tutela.

Questo è un falso problema, spesso citato come argomento a favore del matrimonio omosessuale. Nessuna di queste cose (eccetto il matrimonio) ti sono impedite dalla legge corrente. Ho compendiato in questa pagina diverse leggi italiane vigenti che normano esattamente tutte queste situazioni, dove cioè il *partner convivente non sposato* gode degli stessi diritti di un coniuge.

Dio disse ama il prossimo tuo come te stesso e soprattutto a me hanno insegnato che il Dio Cristiano ama! E allora perché si continua a portare avanti una religione dell’odio, dell’intolleranza, della chiusura discriminante? Senza dimenticare che lo Stato Italiano è per Costituzione LAICO!

Ti capisco, davvero. Ma amare significa anche dire la verità, e difenderla. L’amore all’altro passa attraverso la difesa di Verità e Giustizia, non attraverso una connivenza pietistica disposta a concedere all’altro quello che più immediatamente desidera. Dio è Amore, ma è anche Giudice (non dimentichiamoci metà della Bibbia…). Un giudice giusto. Un padre giusto. Un buon padre ama davvero un figlio anche correggendolo. Senza correzione non c’è Amore, c’è solo sentimentalismo.

Sembrano parole molto dure le mie. Ma spesso penso a queste posizioni esaminandole da tutti i lati… non sono affatto cose così chiare e semplici… non voglio sembrare come uno che difende la posizione ufficiale della Chiesa e che non vive tutta la drammaticità di mantenere queste posizioni spesso contrarie a quello che il mondo dice e vuole… a volte mi chiedo perché insistere così tanto… cosa cambierebbe in fondo se si equiparasse la convivenza al matrimonio, se gli omosessuali potessero sposarsi, se potessero fare figli (con altri) o adottarli… non sarebbero forse tutte conquiste per loro senza nessuna perdita per noi? (scusa la distinzione “noi-voi”, è solo per capirsi). Questo me lo chiedo spesso, sinceramente e profondamente. Ma alla fine credo che una società che si muove in questa direzione è una società – come dicevo sopra – che gradualmente, impercettibilmente, si muove verso una direzione pericolosa, perché è appunto la direzione della distruzione del giudizio di verità sul reale. E quando si corrompe questo giudizio, le conseguenze a lungo termine possono essere gravissime.

Spero tanto e prego affinché la Chiesa e tutti noi possiamo essere sempre più sensibili e attenti verso le questioni che hai sollevato.

Un caro saluto,

Simone

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