Charlie Hedbo: liberta’ non e’ appena assenza di limiti

La liberta’ non e’ appena assenza di limiti. Nell’enorme dibattito culturale generato dalla strage di Parigi, spesso nella difesa della liberta’ di fare vignette blasfeme c’e’ un’idea ridotta di liberta’. La liberta’ non e’ solo permesso di esprimersi come si vuole, ma ha anche a che fare con l’esercizio della volonta’, cioe’ ultimamente con la ricerca del Bene. La liberta’ non e’ solo liberta’ di fare, ma anche, notabilmente, liberta’ di NON fare — dimensione dell’essere liberi in un certo senso ancora piu’ alta ed umana, perche’ non e’ appena l’affermazione di una potenzialita’ da esercitare solo in quanto essa esiste, ma esprime la possibilita’ di non esercitare quella stessa potenzialita’, operazione che spesso chiama in causa altre grandi virtu’, come l’umilta’, la prudenza, e la lungimeranza in vista di un bene piu’ grande, cioe’ non poco.  La liberta’ include la responsabilita’ di come usarla. (L’essenza della dimensione morale e’ infatti il trapasso di una legge necessaria verso una norma che invece puo’ essere trasgredita a partire da un giudizio sul Bene).

Charlie Hedbo ha il diritto di fare vignette blasfeme (ne hanno fatte di orrendamente blasfeme anche contro i cristiani); le persone religiose hanno il diritto a essere rispettate. Questi due diritti si rimpallano nel dibattito di questi giorni, generando un apparente vicolo cieco. Fin che si esamina il problema solo sul piano di contrastanti diritti non si trovera’ mai una soddisfacente soluzione. Il “diritto” a certe liberta’ (per esempio a quella di espressione) e’ stato idolatrato nella nostra civilta’, forse perche’ sentiamo una specie di rispetto misterioso verso certe conquiste della modernita’ nell’ambito dei diritti fondamentali dell’uomo. Certo queste conquiste sono importantissime. Definiscono alcuni margini fondamentali dello spazio d’azione del comportamento umano, ma non esauriscono la comprensione di cosa significa essere liberi. Sul piano dei diritti non ci dovrebbe essere meraviglia se diritti coesistenti sono in (apparente) conflitto (libera espressione vs non-blasfemia). Infatti nessun diritto e’ assoluto, perche’ e’ sempre accompagnato da un corrispondente dovere. L’apparente conflitto si risolve spostandosi dal piano della liberta’ come “assoluto-diritto-di-fare” alla liberta’ come volonta’ del Bene. In questo senso il redattore di Charlie Hedbo (mamma mia, davvero non mi interessano molto i fumetti…) non avrebbe dovuto sentirsi meno libero se avesse scelto di non provocare ancora mettendo un’altra copertina con Maometto, giorni dopo le stragi.

Ma detto tutto questo: la questione delle vignette e’ marginale e gia’ mi viene a noia. Quello che e’ molto piu’ grave e’ che il terrorismo islamico uccide su scala molto piu’ grande ogni giorno, altrove nel mondo. In Nigeria fa centinaia di morti al giorno, recentemente usando anche bambini come bombe umane. E li’ nessuno ha disegnato una vignetta. Per me un morto in Nigeria deve contare come un morto a Parigi.

E finisco con una testimonianza di una persona straordinaria, un nostro carissimo amico di famiglia, il Padre Edoardo Sandron, Comboniano, di 94 anni. Ha servito come missionario per una vita intera in molti posti nel mondo, inclusi 35 anni nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, uno degli angoli piu’ violenti del pianeta. Ne ha subita di violenza, vera, non quella di una vignetta, rimanendo piu’ volte senza niente, in un caso addirittura letteralmente solo con un paio di pantaloni addosso, dopo le incursioni dei ribelli che violavano e distruggevano la sua missione. Eppure, di fronte a tutto questo, pur avendo diritto a un senso di vendetta, mi disse un giorno raccontandomi la sua storia: “Preferisco soffrire, che far soffrire”.

***

Aggiungo qui una riflessione di Padre Stefano Pasquero che precisa e completa quanto ho iniziato

L’uomo esercita maggiormente la propria libertà quando, in virtù di un bene maggiore, decide qualcosa che comporta un sacrificio per sé. Per esempio il sacrificio di decidere volontariamente di non fare qualcosa che si sarebbe voluto fare. Mentre esercita la libertà in maniera minore nel decidere di fare qualcosa che desidera ardentemente fare.

In altre parole l’uomo deve impiegare una maggiore libertà nel decidere di non fare una cosa che immediatamente vorrebbe, perché la sua volontà è maggiormente implicata.

Insomma, come tu dici, la libertà si attua sommamente nella ricerca del bene, più ancora che nella possibilità di scegliere, perché nella ricerca del bene è necessitata l’implicazione di tutto noi stessi come volontà, ragione e quindi l’uomo che implica tutto se stesso in una decisione è maggiormente libero dell’uomo che censura una parte di sé per accondiscendere solo a una scelta momentanea che non abbia uno scopo ultimo più nobile, come per esempio il bene mio e degli altri.

 

 

 

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