Referendum costituzionale: perché, pur essendo più forti gli argomenti del no, è ragionevole votare sì.

Lo schema del mio ragionamento è questo: il Paese ha bisogno di cambiamento; la riforma costituzionale è un tentativo di cambiamento, disordinato, ma parzialmente nella giusta direzione; analizzata in sé la riforma è molto imperfetta e andrebbe respinta con un no; data la situazione attuale della politica italiana non è ragionevole aspettarsi una riforma migliore; quindi pur di vedere un cambiamento senza rischi eccessivi è preferibile votare sì. Nel resto dell’articolo semplicemente espanderò un po’ l’argomento.

costituzione

È chiaro che il mio argomento si basa su un giudizio di realismo politico, e non solo sulle considerazioni strettamente di merito in ordine al testo della riforma. Ma un giudizio politico deve sempre essere contestualizzato nella condizione umana contingente. Se ci fermassimo alle considerazioni strettamente di merito, prevarrebbe, a mio giudizio, la tesi del no. Questa tesi è facilmente recensibile in molta stampa e televisione attuale (tuttavia ne dò una mia parziale sintesi critica a fine articolo, perché non è essenziale per lo svolgimento di questa argomentazione).

Il problema dell’Italia è soprattutto di cultura politica, non di regole. È dimostrato che anche con la costituzione attuale il parlamento è in grado di funzionare approvando leggi anche molto importanti in tempi molto rapidi (es: lodo Alfano, meno di un mese), e che l’Italia approva più leggi annue di molto paesi Europei. Tuttavia, il parlamento ha sia la capacità di bloccarsi in lunghe stasi con assenza di riforme, sia, al contrario, di produrre, col cambiare dei governi, riforme ravvicinate temporalmente che operano in direzioni contrapposte (es: lavoro, pensioni, scuola). Da questo si vede che il sistema è sia in grado di legiferare al contempo troppo o troppo poco, con le stesse regole. Quindi il problema sta nell’attività politica, non nella struttura formale delle istituzioni. Un problema essenziale è l’eccessivo antagonismo politico, l’incapacità di collaborare per il bene comune, cioè il prevalere dell’interesse particolare, di partito, o ancora peggio, di gruppi di interesse più ristretti, se non dell’interesse personale. Quindi il vero cambiamento richiesto sarebbe di cultura politica, e se questo avvenisse sufficientemente, si potrebbe lasciare la costituzione così com’è. La domanda centrale allora è: è ragionevole aspettarsi un cambiamento di cultura politica in tempi rilevanti per la nostra vita o della prossima generazione? Questa è una domanda difficile, forse impossibile da rispondere. Personalmente non vedo segni per rispondere affermativamente. Di fronte a questa posizione, credo allora che un movimento, seppur parziale, si possa innescare cambiando le regole. Innescare questo cambiamento è anche un rischio perché le conseguenze non sono prevedibili, ma credo preferibile rispetto alla stasi.

A conforto, si può considerare che, visto che la costituzione è stata modificata spesso, e anche in anni recenti, e senza referendum, pare del tutto possibile fare delle correzioni in corso d’opera.

Quindi, in sintesi: una riforma serve, dovrebbe essere meglio di questa, ma vista l’improbabilità di riuscire in quest’opera, proviamo con questa.

***

In questa ultima parte aggiungo qualche considerazione di merito, che come anticipato, pendono a favore del no, anche se non in ogni punto.

  • Modalità di elaborazione del testo. Per stessa ammissione del partito proponente (PD) il testo della riforma è molto peggiorato dall’originale presentazione. Da un lato questo ci scoraggia alquanto, dall’altro sostiene la mia tesi sopra, cioè la mancanza di cultura politica collaborativa. La riforma ha affrontato milioni di emendamenti (!) ed ha attraversato un lunghissimo iter parlamentare. Pertanto non si può sostenere che sia un’imposizione del PD, tuttavia questi passaggi l’hanno impoverita piuttosto che arricchita. Quindi si riscontra che il risultato, dopo l’operazione democratica di confronto e modifica, non è stato di maggiore condivisione della riforma da parte di forze politiche contrastanti, anzi, i partiti sono profondamente divisi, e il dibattito referendario corrente lo dimostra. Una riforma costituzionale che divide invece di unire è una sorta di contraddizione in termini. Ma qui torna la domanda di pessimismo, o per lo meno, realismo politico: c’è un clima politico da cui ragionevolmente aspettarsi un testo unitivo e non divisivo?
  • Completezza e coerenza del testo. Anche qui, per stessa ammissione di esponenti del PD, la riforma se approvata non è implementabile così com’è, richiederà diverse modifiche sia per mancanza di chiarezza, sia per la sussistenza di contraddizioni interne. Un esempio: mancano istruzioni complete per l’elezione dei senatori dai consigli regionali.
  • Quesito referendario. I quesiti sono evidentemente eterogenei, ed è facile pensare che l’eterogeneità sia insincera, in quanto intesa a far sì che alcuni quesiti con ovvia risposta positiva (es: abolizione del CNEL) inducano pressione a impartire la risposta positiva anche agli altri quesiti dove invece il giudizio è molto più articolato e meno certo (es: senato, regioni). Il sospetto cresce ancora, considerando che le domande si potevano legittimamente disarticolare invece che accorpare.
  • Contenuti 1: senato. Di fatto diventerà su molte materie solo un organo consultivo, non decisionale. Questo, assieme alla formalmente separata, ma sostanzialmente connessa, riforma della legge elettorale (non la analizzo in questo articolo) che accresce la maggioranza alla camera dei deputati, è il meccanismo centrale finalizzato allo snellimento della procedura di legiferazione. Qui la critica si divide, e non è facile dare un giudizio certo. Lo snellimento in sé è positivo, ma una riduzione del dinamismo democratico a favore del gruppo di maggioranza (critica che nella forma più severa prende il nome di “svolta autoritaria”) è una conseguenza certa, ma non stimabile semplicemente nel grado. Il nuovo sistema sarà meno democratico. Così tanto di meno da diventare autoritario, o tollerabilmente di meno da diventare però più efficiente? Anche qui torna la domanda guida di questo articolo: certamente un sistema più democratico è preferibile, ma abbiamo la maturità politica per farlo funzionare? L’altra modifica quanto al senato riguarda la sua composizione ridotta, e quindi il risparmio. Il risparmio, anche se non grande, ci sarà, ma i nuovi senatori saranno consiglieri regionali, ed è almeno dubbio che siano in grado di svolgere bene contemporaneamente due mansioni così intense.
  • Contenuti 2: stato-regioni. La riforma propone di spostare sotto la giurisdizione esclusiva dello stato alcune materie (molte, ed importanti, incluso, a esempio, energia, infrastrutture strategiche, trasporti, servizi sanitari e sociali, politiche attive del lavoro, istruzione) che attualmente hanno una giurisdizione condivisa fra stato e regioni. Si dice che questa condivisione crea confusione all’arbitrio della corte costituzionale. Io, che sono più statalista che regionalista, preferisco la nuova soluzione alla vecchia. Tuttavia questa è più una questione di gusto che di analisi. Va ricordato comunque che l’attuale assetto del rapporto stato-regioni non è quello originario della costituzione del 1948, ma è stato modificato (la parte della costituzione che lo norma si chiama “titolo V”) dalla riforma costituzionale del governo Berlusconi del 2001. Da quanto capisco, l’attuale riforma è più una retrocessione dai cambiamenti del 2001 che uno snaturamento del testo del 1948. In ogni caso, la riforma attuale è comunque difettiva nelle procedure di implementazione di questi cambiamenti (solo un esempio: implementando alla lettera, l’ambito dell’agricoltura passerebbe sotto l’autorità regionale, e quindi il 5 dicembre il Ministero nazionale dell’agricoltura sarebbe un organo improvvisamente ridondante).

La sintesi ufficiale della riforma da parte del ministero alle riforme.

 

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2 Responses to Referendum costituzionale: perché, pur essendo più forti gli argomenti del no, è ragionevole votare sì.

  1. egidiobabuin says:

    Anche se sarebbe necessario un approfondito dibattito, mi limito a sintetizzare il perché di un no alla scelta.
    Chi propone questo tipo di riforme:
    – deve essere vicino alla gente
    – deve aver riformato prima questa politica
    – deve essere capace di lavorare per il bene comune.
    Non mipare che questa classe dirigente al governo abbia questa prerogative. Ma nemmeno quelli che sostengono l’altra scelta le hanno.
    E allora?
    In nome di un vero cambiamento si ributta la palla nella mischia in modo che i contendenti si rotolino ancora nel fango togliendo l’alibi che liberandosi di essa con un calcio si convincano che il male era al di fuori di se stessi.

  2. Sandrik says:

    Rimango dell’idea che le braci scottano più della padella, una riforma alla costituzione non si fa a colpi di fiducia, deve essere un ombrello che copre tutti non solo una parte della popolazione , deve unire gli italiani non spaccarli in due fazioni, non la fa un impostore arrivista nemmeno eletto ma posizionato dal peggior presidente della repubblica della storia italiana. I problemi dell’Italia sono altri e sono gravi, molto gravi vengono calpestati i diritti dei lavoratori, degli studenti ma sopratutto vengono tolte aspettative importanti ad intere generazioni.

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