Il grande mistero del dolore di Davide Trentini

Mi scrive un amico, in riferimento al suicidio assistito di Davide Trentini avvenuto in una clinica Svizzera in questi giorni, che il non concedere il suicidio assistito legale in Italia è un atteggiamento “Senza pietà né carità..È più umano un criminale sadico”. La critica è molto seria e non banale, non senza riferimenti alla posizione della Chiesa Cattolica, e richiede quindi una riflessione. Ecco qui sotto un mio (ahimè veloce) tentativo.

La difficoltà enorme delle dottrine morali è di fare giustizia dei casi particolari senza generare regole generali che diventino dannose se applicate indiscriminatamente. Stabilire esattamente (cioè anche legalmente) chi possiamo uccidere e chi no (sulla base di infinite circostanze particolari) è a mio avviso di fatto impossibile. Bisogna scegliere quindi fra “possiamo uccidere chiunque ce lo chiede” e “non possiamo uccidere nessuno”. Io opto per la seconda, che mi sembra sia umanamente e legalmente la più sicura, e filosoficamente e spiritualmente la più fondata.

La sofferenza di quest’uomo merita tutto il nostro rispetto e la più sobria, deferente e compassionevole compartecipazione, e richiede di comprendere certamente il suo legittimo e umanissimo desiderio che la sofferenza finisca. Assolutamente non si può desiderare altro che egli non soffra. Ma ci sono circostanze in cui non è dato che la sofferenza e il dolore possano terminare se non per via della morte. E  in questo appunto si genera il nodo da sciogliere. Come porsi di fronte a una sofferenza (pure ingiusta) che sia umanamente ineliminabile se non con la morte scelta dal soggetto e causata materialmente da altri?

Penso io, in piena comunione con la Chiesa Cattolica, che nessun uomo abbia il diritto di terminare la vita di un altro uomo, questo lo vedo come principio assoluto, senza condizioni. Questo divieto di uccidere deve essere però unito all’obbligo di accompagnare, cioè di non lasciare l’uomo da solo nella sofferenza (materialmente) e di dare all’uomo una chiave di comprensione del senso della sua sofferenza, che è il grande sforzo spirituale della Chiesa. La Chiesa cerca sempre di legare queste due dimensioni: mai un divieto senza un accompagnamento umano che faccia capire che il divieto è una strada di maggiore umanizzazione, di maggiore elevazione, di maggiore penetrazione nel senso della vita, di maggior bene per sé e il mondo. Una rinuncia deve essere sempre per un bene maggiore, altrimenti, come deduce correttamente il mio amico, sarebbe sadismo. Il problema è quindi vedere se c’è quel bene maggiore.

Nel nostro mondo sempre di più la sofferenza non viene compresa come via per un bene maggiore, ma solo come un aspetto della vita da eliminare, un dato della realtà da sopprimere. Qui si gioca tutta la questione. Invece chi vive la sofferenza dentro la prospettiva della fede (ma anche senza questa prospettiva a volte) riesce a fare l’esperienza (io incluso) che il soffrire porta a dei frutti positivi inimmaginabili, a volte per sé, a volte per gli altri. Il parallelo teologico significativo in questi giorni pasquali è il seguente: se Cristo avesse chiesto (al Padre) di interrompere le sue sofferenze sulla croce (poteva farlo, vista la sua dimostrata potenza di miracolo), non sarebbe morto, non sarebbe risorto, e non avrebbe completato l’opera di redenzione, privando quindi l’umanità del suo bene più grande. La sofferenza vissuta e offerta può fare miracoli, di questo ci sono grandi testimonianze, di santi e martiri (quotidiani, umili e nascosti) fino ai nostri giorni. E’ un grande mistero che richiede però moltissima umiltà per essere percepito, perché va contro la nostra reazione immediata, molto contro.

Potrebbe ora qualcuno obiettare che se la sofferenza è un valore, allora andrebbe addirittura cercata, o per lo meno non evitata, per esempio rifiutandosi di curare le malattie curabili ordinarie. Questa obiezione è debole, perché non c’è dubbio che la sofferenza e il dolore siano mali in sé, e quindi non vanno cercati quando sono evitabili. Il cambio di prospettiva avviene quando un male in sé non è evitabile senza ledere un valore più grande, che in questo caso è la vita stessa.

Certo, mi rendo conto che tutto questo modo di ragionare sta o cade a seconda che in fondo al ragionamento stesso ci sia o non ci sia Dio. Questo dimostra bene come l’opzione pro o contro Dio abbia delle conseguenze profonde che non si fermano affatto alla confessione della fede, ma che continuano fin dentro in profondità ai ragionamenti morali, e anche agli orientamenti ordinari che ordinano la vita quotidiana di una persona.  Chi fa entrare Dio nel proprio orizzonte dell’esistenza e della verità, ammette che Egli ci ha dato la vita, e che la vita non è tutta proprietà nostra, ma un bene da amministrare. Senza questa prospettiva, cioè senza Dio, mi rendo conto che è molto più difficile trovare il senso alla sofferenza, che risulterebbe solo come un ostacolo che la realtà frappone fra me e il mio benessere.

Quindi, di fronte a questo povero Davide, riprendendo l’osservazione del mio amico: certo! Non c’è assenza di carità o di pietà nel non desiderare che muoia. Tutt’altro. C’è tutta la compassione per la sua sofferenza, dentro il grande desiderio che il suo bene non si realizzi solo attraverso la strada dell’ucciderlo. Amare qualcuno non significa solo togliergli la sofferenza. Se questo fosse vero, molte delle cose più grandi e belle della vita non sarebbero raggiungibili. Questa è la logica del mondo. Amare qualcuno significa accompagnarlo, andare assieme a lui verso la verità mia e sua, che si scopre anche accettando la sofferenza. La sofferenza è una via di purificazione e di conoscenza. Non un ostacolo da eliminare.

Una società che considera un “successo” civile poter uccidere qualcuno, è come il presidente Trump che ieri ha considerato un “successo” l’aver sganciato sull’Afghanistan la più potente bomba al mondo al di sotto di quella atomica.

Se questo è un successo… di successo in successo, arriviamo al decesso… e infatti…

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